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FB. – Uno dei temi ricorrenti nella stampa conservatrice quando si parla del socialismo in atto in ogni tempo e in ogni paese, è la maldicenza rispetto a rapporti e amicizie dei capi di stato o di partito; questo atteggiamento banalizza il ruolo della politica e nella maggior parte dei casi non corrisponde alla realtà. L’esempio storico forse più noto è quello di Stalin accusato di aver stretto un’ alleanza con Hitler nel 1939, accusa non solo miope ma del tutto falsa: è noto infatti che il grande stratega sovietico fu il primo a intuire il pericolo del dittatore tedesco, fin dal primo giorno che salì al potere. Oggi noi sappiamo che durante gli anni ’30 l’economia nell’Urss venne riconvertita con una rapidità impressionante: si riarmarono le caserme, si potenziarono le industrie, si addestrarono i soldati, ma soprattutto si misero a punto efficaci strategie di occultamento delle risorse che poi si riveleranno determinanti nel corso della seconda guerra mondiale, quando improvvisamente le forze dell’asse capiranno di aver fatto male i conti sullo stato della difesa del loro nemico: la Siberia infatti nel ’42 non era più una regione spopolata, le spaventose distanze non rappresentavano più un problema per i russi e gli invasori si trovarono accerchiati quando ormai era troppo tardi per prendere dei provvedimenti. Questo risultato fu possibile anche grazie al patto Molotov-Ribbentrop. Va da sé che  ‘non aggressione’ è ben diverso da ‘alleanza’, eppure nella stampa reazionaria contemporanea si continua a preferire il secondo termine rispetto al primo, pur essendo palesemente antistorico. Lo stesso procedimento viene oggi applicato al premier venezuelano Chavez, accusato più volte dalla stampa neo-con di essere ‘amico’ di Berlusconi, Putin, Gheddafi. Quindi anche lui un tiranno dissennato.  Anche in questo caso l’errore è evidente a chi s’intende almeno un po’ di storia militare: il Venezuela è consapevole di essersi messo contro il più potente impero mondiale e dato che l’Italia è alleata di quell’impero, stringere la mano a Berlusconi significa togliere agli Stati Uniti un alleato: un punto segnato attraverso la diplomazia. Quanto all’Egitto, la Siria, sappiamo al contrario che sono nemici giurati degli Stati Uniti. Prendere contatti con loro significa rinsaldare la resistenza antimperialista delle nuove colonie, non è  ‘amicizia’  quella del premier sudamericano ma pura e semplice strategia militare. Hugo Chavez in realtà sta lavorando in modo eccellente sulla riunificazione delle forze socialiste  nell’america latina, tracciando una linea di continuità fra il comunismo storico di Cuba e le nuove ondate del dissenso in Bolivia, Honduras, Argentina, Messico. Sta prendendo accordi con la Siria, su cui attualmente incombono le attenzioni del Pentagono e che sappiamo possedere un arsenale atomico in grado di dissuadere temporaneramente dall’attacco l’avido conquistatore occidentale. Se poi fra queste coalizioni antagoniste ci sono differenze, specificità, convinzioni ideologiche o religiose incompatibili tra loro, queste verranno messe da parte perché la priorità adesso è mettere un freno alla Nato. Dopo si potrà discutere di tutto il resto, ma prima bisogna risolvere il conflitto primario e poi ci si potrà occupare dei conflitti secondari. Ecco perché l’accusa a Chavez di ‘amicizia’ con Berlusconi, che non a caso troviamo solo sulla stampa reazionaria, non va presa sul serio. I capi di stato non hanno amici, hanno solo nemici, alleati oppure clienti. Non possiamo prevedere gli sviluppi, ma abbiamo il dovere di guardare al presente con l’occhio critico e la coscienza storica: il socialismo si sta risvegliando nei paesi più poveri del pianeta e meno oppressi dai pregiudizi religiosi, ma c’è ancora molto da fare e il premier venezuelano sembra in grado di dare un ottimo esempio attraverso i suoi interventi, numerosissimi, nelle televisioni di tutto il mondo. I socialisti ripongono in lui molto speranze.

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