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FB. – Uno strano personaggio si aggira minaccioso per le pagine dei giornali moderni: l’ultimo dei cantastorie, di cui nessuno ha mai visto il vero volto perché a quanto pare indossa delle maschere che lo rendono sempre diverso nell’aspetto, nella musica, nella voce. Ho in casa una vecchia edizione del famoso Zingarelli, il vocabolario della lingua italiana, che alla parola ultimo attribuisce il seguente significato: “Che viene dietro a tutti, dopo di tutti, estremo, finale, recentissimo o dopo di cui non se ne faranno altri”. Come potete vedere dall’elenco dei collegamenti suggeriti in coda a questo breve articolo, ogni volta che muore un cantastorie sembra che debba essere per forza l’ultimo. Perché? La domanda è insidiosa. Quando si va a rappresentare una tradizione antica ma anche scomoda, perché costringe a rivedere le nostre concezioni della socialità, della convivialità e perché no, il nostro punto di vista sull’informazione, può suonare quasi rassicurante pensare che quell’esemplare fosse l’ultimo rimasto, che dopo di lui finalmente questi cantastorie ci lasceranno in pace. C’è persino chi utilizza questa specie di maschera virtuale attribuendola a sé stesso, come se stesse dichiarando che dopo di lui non ci sarà nessuno in grado di assolvere le stesse funzioni, il massimo dell’eleganza e della modestia. Oppure si vuol rendere omaggio a un anziano cantore di un certo luogo, di un paese o una borgata della campagna, e allora lo si descrive come l’ultimo di quel posto, di quella regione. Altre volte si appiccica la stessa etichetta su artisti eccellenti che il mestiere del cantastorie non l’hanno mai fatto in vita loro, personaggi della musica pop ad esempio, pittori, letterati, creando non poca confusione nella testa dei giovani. E’ davvero un briccone l’ultimo dei cantastorie, dove passa lui non si capisce più nulla della tradizione che interpreta: suggerisco di visitare tutte le pagine che trovate in fondo, perché c’è da farsi quattro risate o se siete voi stessi cantastorie… Da toccare ferro! In realtà per fortuna le cose stanno diversamente. Ci sono bravi cantori che hanno raccolto le tradizioni di famiglia e non hanno nessuna intenzione di lasciarle cadere, ma sono fermamente intenzionati a scegliersi dei giovani da educare affinché questo bagaglio di conoscenze, che hanno avuto l’onore (ma anche l’onere) di ricevere da altri proprio affinché potessero poi trasmetterle ad altri ancora, non rimanga fine a sé stesso. Queste tradizioni c’è chi le coltiva considerandosi un anello fra i tanti nella lunghissima catena di trasmissione dell’arte, che non s’insegna in nessuna scuola ma può essere raccolta solo andando a bottega da un maestro per l’appunto. Nella forma che conosciamo oggi, questo avviene da cinquecento anni. Prima non è che i cantastorie non esistessero, ma seguivano una tradizione diversa. Molti giovani oggi credono di poter fare questo mestiere semplicemente prendendo una chitarra e andando in piazza a cantare la prima cosa che gli viene in mente: è un’idea pericolosa, perché la piazza qualche volta è traditrice… Ti obbliga a sopportare temperature estreme, carichi pesanti sulla schiena, può rovinarti la voce se non ci stai attento, ma soprattutto vuole mettere alla prova la tua competenza, il tuo garbo, il sentimento con cui svolgi la professione e se non ti dimostri degno, può finire per considerarti un povero mendicante o nel migliore dei casi, un istrione da palcoscenico: il che vuol dire che per i primi tre giorni sei trattato come un ospite, ma poi fuori dalle scatole per favore. Per questo bisogna sempre affidarsi a un maestro che abbia già raccolto la tradizione da qualcuno, la piazza quando non ti prende di buon occhio può farti addirittura impazzire. Qualcuno si chiederà perché mai ostinarsi a tenere in vita una tradizione legata a quando non c’erano le automobili, la televisione, il computer, le informazioni viaggiavano solo di bocca in bocca e serviva per l’appunto qualcuno che le portasse nei mercati, nelle osterie, sulle pause dal lavoro? Evidentemente non tutti sono soddisfatti dalla cultura dei mass-media, dove l’informazione è calata dall’alto come un dogma inappellabile, non verificabile, con il quale non è possibile negoziare. Un cantastorie si fa garante della sua viva presenza davanti all’interlocutore, che può fargli tutte le domande che vuole e davanti al quale è costretto a dimostrare sempre la propria credibilità. Anche il modo di cantare, il repertorio musicale e narrativo, segnano una continuità nella relazione fra quella persona e le altre che abitano proprio in quel posto, con le quali c’è un rapporto da tanti anni. Inserirsi in un rapporto già esistente è garanzia di trovare la fiducia nelle persone che t’incontrano e che ti ascoltano, vuol dire che tu non vieni dal nulla ma riempi un vuoto lasciato da chi ti ha volontariamente passato un testimone. I cantastorie sono come la gramigna, quando pensi di averli messi tutti in galera o di averli dissuasi dal tornare in piazza istituendo tasse, gabelle, divieti, permessi, eccoteli fuori che rispuntano senza che nemmeno te ne accorgi: trovano il modo per adattarsi al diverso contesto e di fatto proseguono nella loro instancabile attività. Non ci sarà mai un ultimo cantastorie, finché i più anziani ancora in vita incontreranno dei giovani disposti ad ascoltarli.

Federico Berti, L’ASINO, IL LEONE, LA COLOMBA – Cantastorie fra educazione e intrattenimento Ed. Nota, Udine, 2012. In collaborazione con Giuliano Piazza, Gabriele Roda e l’Associazione culturale “E bene venga maggio” di Monghidoro (Bo). Vai al sito dell’autore, il libro/Cd si può ordinare per posta. >>>

I mille volti dell’ultimo cantastorie:

Franco TrincaleEnzo Del Re,  Ciccio Busacca, Gianni Molinari, Lucio Lazzarini, Candido Cannavò, Mimmo Cuticchio, Orazio Strano, Eugenio Bargagli, Pietro Borgioni, Eugenio Pragliola, Plinio Puri detto “Pelone”, Lorenzo De Antiquis, Nonò Salomone, Francesco Guccini, Ascanio Celestini, Matteo Salvatore, Bruno Carbone, Peppe De Birtina, Udo Toniato, e altri ancora….

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