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FONDAZIONE SANTISSIMA ANNUNZIATA

G.F. –  Quando avevo circa sei anni la mia sorella si sposò e allora, siccome non c’era più lei a occuparsi di noi la mattina presto, dovette pensarci la mamma; così la domenica mi toccava andare alla messa delle undici con mio babbo, perché senti come facevano: lei si alzava prima di tutti, si lavava al freddo che il camino era spento e andava a quella delle sette, lui stava ancora un po’ a letto poi quando si levava accendeva il fuoco e metteva un paiolo d’acqua alla catena per scaldare l’acqua, quando mamma tornava dalla messa ci faceva il bagno  a me e mio fratello, dopo andavamo col babbo a quella delle undici e lei in casa a preparare . Capito, che giro? Quando c’era la festa dell’ulivo ne prendeva un ramo di quello benedetto  e una volta a casa faceva le parti: un ramoscello al capo del letto, accanto alla piletta dell’acqua santa, per ognuno di noi.  A che serviva? Quando veniva secco e cascava le foglie le metteva dentro una cassetta nel comò perché per levare il malocchio ci voleva l’ulivo benedetto; se per esempio ci vedeva che stavamo poco bene prendeva una scodella, ci metteva un po’ d’acqua, poi con un rametto di questo ulivo prendeva su l’olio santo dall’ampollina e ne faceva cadere tre gocce nella scodella, dicendo: “Gesù, Giuseppe e Maria, se c’è il malocchio portatelo via”. Questo per tre volte. Se la goccia d’olio si spandeva sull’acqua disperdendosi, vuol dire che c’era, se invece restava intera allora non c’era. Io a questo ci credo perché stavo a vedere quando lo faceva a mio fratello, delle volte le tre gocce restavano intere, delle altre volte si rompevano; ma non era una cosa di stregoneria perché non si mandavano le maledizioni, serviva solo a toglierle, questo ce l’avevano insegnato. Per Pasqua faceva la sportina col pane, ci metteva dentro due uova e il lunedì dell’angelo s’andava in campagna dalle mie amiche e si mangiava le uova sode, colorate fini. Ora, devi sapere che da noi veniva un frate  a chiedere l’elemosina, si chiamava Padre Coloriano  e da principio gli si dava un po’ di quello che s’aveva, poi l’amicizia venne più forte allora la mia mamma quando faceva il pane, ne contava uno anche per lui; il frate se n’accorse e vide che questo pane si faceva una volta alla settimana, quindi iniziò a venire più presto,  nel giorno buono da trovarlo fresco. Quando arrivava la mattina montava le scale e diceva: “Pace e bene a questa famiglia”. Era digiuno, allora lei prendeva il treppiede, gli arrostiva il pane e lui se lo mangiava con latte e caffè, in cambio ci portava dei sacchettini fatti dalle suore che dentro non lo so cosa ci mettevano ma erano benedetti, la mamma ce li appuntava alla camiciola con le spille, servivano come da protezione capito? Allora questo frate veniva tutte le settimane perché la sacca era corta e c’entrava poca roba sicché non poteva portarsene tanta, doveva ritornare: veniva, raccoglieva il che gli davamo, prima di andarsene ci lasciava dei santini; mi ricordo che una volta era un periodo in cui non volevo mangiare niente e nascondevo il pane in giro per la casa, mia mamma se n’era accorta e lo disse al frate, che mi prese sulle ginocchia e mi mostrò uno di questi santini. C’erano sopra le fiamme dell’inferno, i dannati che volevano uscire e il diavolo che li rispingeva sotto col forcone, mamma mia una paura! Lui diceva che se continuavo a non mangiare finivo lì dentro come loro, mi dette il santino e io me lo riguardavo ogni tanto, perché mi piaceva anche se metteva paura; insomma, andò a finire che ripresi a mangiare tutto come si deve. Quei santini che ci dava li mettevo nella cassetta del comodino, pian piano questa si empì perché anche alla messa in cambio dell’elemosina ci davano il santino, successe che mi trovai piena, non sapevo più dove metterli e allora dissi a mia mamma: “Io li butto via perché mi danno noia”, lei rispose: “Non li buttare perché  la roba sacra  bisogna bruciarla, così va in cielo”. Anche oggi, metti una vecchia fotografia, non la butto mica, mi viene brutto a metterla nella nettezza, preferisco darla al camino.

“Evviva l’allegria – le comari raccontano” – acd. Federico Berti,

in collaborazione con la Fondazione Santissima Annunziata, Firenzuola (Fi).

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