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Chi sono veramente le Pussy Riot?

F.B. – Le ragazze dichiarano di ispirarsi a Alexander Vvedensky e i poeti Oberius, anarchici e contro-rivoluzionari degli anni ’30-40, all’esule dissidente Solgenitsin, paragonando la sentenza nei loro confronti a una ‘purga staliniana’: il loro messaggio è tutt’altro che rivoluzionario, anche se le cantanti russe amano farsi ritrarre col pugno chiuso o altri gesti che richiamano il passato sovietico, in realtà il contenuto della loro performace è palesemente conservatore e reazionario, così come lo è il loro linguaggio, molto simile al futurismo fascista: veloce, immediato, fatto di scatti nervosi, pensato per stupire e provocare. Le Pussy Riot non sono rivoluzionarie perché agiscono individualmente e non si mettono al servizio di un popolo già sul piede di guerra, sono anarchiche e l’anarchia non è mai rivoluzionaria: può essere ‘insurrezionale’, ma non rivoluzionaria. La differenza sta nello scopo, nell’obiettivo dell’azione proletaria, quand’è istintiva e disorganizzata si scaglia contro il primo obiettivo che le capita sotto mano e può dare origine a qualche disordine, a una sommossa, a un’insurrezione spontanea, che tuttavia si spegne insieme all’entusiasmo da cui è animata: perché una spinta insurrezionale possa svilupparsi in rivoluzione, cioè in un radicale cambiamento dello stato di cose presenti, ha bisogno di una guida che permetta di incanalare le forze dei rivoltosi in un nuovo progetto, che l’anarchia non ha per definizione. Gli anarchici non pensano alla rivoluzione, per questo vengono da sempre usati proprio come elemento disgregante da chi ha tutto l’interesse a minare la stabilità di un movimento autenticamente rivoluzionario: non stupisce che le ragazze col passamontagna siano tanto amate dalla stampa conservatrice di tutto il mondo. Personalmente non prenderei a esempio la performance situazionista del gruppo punk al femminile di cui tanto si parla in questi giorni, quelle popstar dalle voci sguaiate e i movimenti goffi che si lasciano fotografare col pugno chiuso, ma poi si fanno sorprendere a imbrattare la statua di Lenin come delle sciocche liceali, esponendosi allo sdegno di molti lavoratori.

 

Ciò nonostante, la sentenza è gravissima!

Nello stesso tempo tuttavia come ho già detto altrove, credo sia necessario per noi combattere la sentenza assurda e incivile, in cui vengono assegnati due anni di lavori forzati a delle ragazzine di vent’anni per un reato di costume che in qualsiasi altro paese democratico avrebbe meritato probabilmente una semplice ammenda pecuniaria: questa sentenza, ispirata a un vero e proprio fondamentalismo religioso d’ispirazione autocratica e assolutistica, è degna del nostro massimo disprezzo pur non essendo il gesto delle cantanti particolarmente esemplare o virtuoso. E’ vivamente auspicabile un atto d’accusa unanime e senza indugi: non merita la prigione chi non ha procurato danneggiamenti a persone o cose, né rubato beni di alcun tipo, né compiuto atti di terrorismo contro lo Stato, la sentenza va perciò commutata in ammenda pecuniaria e con la sola motivazione dell’oltraggio alla libertà di culto. Per questo motivo, non dovrebbe intervenire in favore delle Pussy Riot solo chi s’identifica nel loro linguaggio (evidentemente non è il nostro caso), ma chiunque si renda conto che questa sentenza può costituire un precedente pericoloso perché manda in galera dei cittadini solo per motivi ‘morali’; lo stesso principio è applicabile a qualsiasi altro tipo di comportamento critico nei confronti del governo o rispetto a una delle istituzioni che ne fanno parte, siano esse laiche o religiose: ogni cittadino deve sentirsi a rischio dopo questa sentenza, indignarsi e chiederne il ritiro.

 

Perché proprio loro?

La domanda reale è un’altra, perché loro e non un qualsiasi altro anonimo perseguitato? Vogliamo forse credere che nella Federazione russa non siano avvenuti episodi recenti come questo, magari a danno di persone normali? E’ un’ipotesi altamente improbabile. Perché allora unirci in lotta per difendere delle ragazzine indifendibili, oltre tutto assai poco esemplari nelle iniziative e nei modi, sgradite a gran parte del dissenso rispetto a Putin e non chiederci piuttosto se esistano forme di associazionismo nate nell’ex Unione Sovietica per difendere i cittadini dagli abusi giudiziari del nuovo regime, unendoci alle loro battaglie? La risposta può essere una soltanto ed è che il caso Pussy Riot ce lo troviamo già bell’e pronto, servito sul piatto d’argento, amplificato dalla stampa conservatrice e reazionaria che lo ha confezionato proprio allo scopo di convogliare l’attenzione sul dissenso asiatico d’impronta anarchica, distogliendolo così dall’impressionante ondata di proteste meno ambigue e decisamente più radicali, nonché meglio organizzate, che si stanno aggregando intorno al nuovo Partito Comunista Russo. La stategia è vecchia, la stessa che l’occidente ha messo in atto durante la guerra civile russa, o durante la resistenza delle Brigate Internazionali in Spagna: si finanziano gli anarchici quando si temono i comunisti, da sempre in disaccordo. Vogliamo ancora difendere le Pussy Riot, alla luce di tutto questo? No, se la nostra lotta è rivolta solo a loro. Quel che dobbiamo difendere è un principio, quello dello stato laico e pluralista, in cui nessuno può finire in prigione per motivi di ordine ‘morale’, questo dobbiamo difendere. Non la volgarità di queste giovani donne.

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